Dell’acqua smeraldina e della brezza.

* Dell’acqua smeraldina e della brezza

– riemersa, immersa, ritrovata e persa,

nuda, avida – godo la carezza.

La vecchia anima lascio, che malversa.

* Di spuma e di conchiglie vesto il manto;

li vedo sopra il mare, non lontano

– dubito, tremo, e nel timore canto –

legni umidi d’un ponte tibetano.

* Pavidi compagni fermi alle corde

mi danno dubbi; da loro mi sgancio.

Il mare oscuro fruscia, ma non morde.

* Un passo, un passo, prendo il mio slancio:

dritta alla palla di fuoco. Una porta

s’apre. Entro. Trovo casa e mi conforta.

M.

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Pensieri sulla nonna.


Il pesce d’aprile più memorabile per me è stata la morte della nonna Pina.

Tra tutti i pensieri che sopraggiungono quando muore qualcuno che è importante per me, quelli inappropriati superano di gran lunga quelli più prevedibili e giusti.

Quel pensiero diceva: “Bello scherzo, nonna!”

Nella mia mente, l’evento faceva il paio con le date del nonno Stefano, che, da uomo di spirito quale era, era nato nel giorno dei morti ed era morto in prossimità della Pasqua.

Dalla nonna però non me l’aspettavo. Era un atto rivoluzionario, anche se, in un certo senso, tipico suo.

Sì, perché nella sua inespugnabile pazienza e amorevole dolcezza, anche lei doveva avere il suo lato oscuro.

Certo, lei gli lasciava poco spazio. Ma credo che, di tanto in tanto, il piacere di farlo trapelare, e di sputarlo fuori, se lo concedesse. Di tanto in tanto.

Nelle sue frasi allusive, ma neanche tanto, tre parole buttate là potevano innescare una crisi d’identità, un dilemma di coscienza, insieme alla sensazione che alla nonna si poteva chiedere tutto, ma non troppo.

Nei suoi modi remissivi, c’era lo scrupolo verso i suoi cari. (Scrupolo, che parola! L’avrebbe usata anche lei.) Nella gentilezza, la comprensione per le fragilità umane; nella disponibilità, la consapevolezza che uniti è meglio; nella pasta al forno, il collante della famiglia.

Nonna, ti penso spesso. E spesso pensandoti immagino come potessi essere dentro i tuoi pensieri.

Immagino l’animo ribelle mai domato, quello che da bambina ti induceva a leggere di nascosto, perché la tua mamma ti diceva di non perder tempo, che ci vuole impegno per imparare a fare la calza. E no, non è un luogo comune: fare la maglia tubolare, usando quattro ferri, non era facile, e bisognava imparare da piccole.

Ti ricordo mentre leggevi il Corriere, tutti i giorni, finché hai potuto farlo. E ricordo la tua memoria formidabile, la tua mente matematica. E soprattutto quel modo ce avevamo trovato di stare insieme io e te: facendo qualcosa, cucendo per lo più. O cucinando qualche volta, ma questo meno spesso, perché in questo sono un po’ come te: in cucina non ci deve essere troppa gente. E poi, l’avevo capito che delle tue ricette eri un po’ gelosa. Ma è giusto così: servire un buon piatto è avere un potere su chi lo mangerà, è una magia del benessere, e la propria magia ognuno se la deve creare su misura. Quindi ho imparato da te, ma a modo mio.

Pensandoti, cerco di immaginare come tu immaginassi te stessa. Non ci riesco. E ci riprovo.

Ogni tanto, intenta alle tue occupazioni, uff, sbuffavi. Senza noia sul volto, senza impazienza, senza irritazione. Uno sbuffo e via.

Non capivo. Non era da te e non capivo. La tua espressione enigmatica mi suggeriva soltanto che non era la stessa cosa di quando sbuffavano tutti gli altri.

Adesso lo faccio anch’io. Non so dire quando ho cominciato. Le prime volte mi sorprendevo. E anche nel mio caso, non è per noia, impazienza o irritazione.

È una specie di senso della necessità dell’incombenza presente. È un trovare il ritmo. Stare al gioco del fare e disfare, dell’andare e tornare, dell’esserci, finché ci si è.

È l’impero delle piccole cose che domina sui massimi sistemi.

Un po’ come dice quella cosa del viaggio e della destinazione, non esiste solo il risultato finale di un’azione: il risultato in un certo senso è per gli altri. Tutto il resto del tempo, tutto il tempo è per se stessi.

Farlo proprio, farlo ogni momento, è un affare serio. Uff.

M.

Sul bordo cammino piano

Sul bordo cammino piano.

Sono già stata qui – ricordo –

m’ero sbilanciata poco

ed ero tornata indietro.

Mi ci ritrovo a volte,

anche oggi per esempio,

guardo oltre il precipizio

come un’opportunità.

Tentata dal terminare,

dal lasciarsi cadere giù.

Scommetto ancora su di me,

gioco allo stare al gioco.

Perché è divertente anche,

giocare, dico, d’azzardo

e trovare il lato buono

amando i limiti che ho.

Finché il gioco mi seduce

più della sua variante,

che arriverà comunque, no?

Sul bordo camminavo,

venti righe fa.

M.


Del perché mi è piaciuto “Aquaman”, Jason Momoa a parte.

Nessun eroe cupo alla Christopher Nolan. James Wan firma il ritorno dell’eroe puro e forte, che vince i suoi dubbi e i suoi limiti umani compiendo un processo di individuazione da manuale.

Con mano leggera, Wan dissemina il film Aquaman (2018) di riferimenti all’ecologia e alla fratellanza, sia in senso stretto, visto che il protagonista deve scontrarsi col fratellastro, sia come sentimento di solidarietà tra creature diverse, abitanti dei mari e delle terre emerse.

Inoltre, per la goduria degli appassionati, aggiunge richiami alla leggenda di Re Artù e in particolare al film Excalibur (1981) di John Boorman.

La storia si presta a vari parallelismi, a partire dal nome del protagonista, Arthur, nome scelto dalla madre Atlanna, regina di Atlantide, proprio in onore del mitico re di Camelot.

E così il pubblico è avvisato. Arthur, come re Artù, è un predestinato.

Solo a lui infatti viene concesso di brandire il tridente di re Atlan, che è custodito nella profondità delle acque, come la spada Excalibur.

Come Artù, Aquaman ottiene l’arma che lo consacra re, dopo una manifestazione di umiltà.

“Io non sono nessuno” dice Artù nel film di Boorman dopo aver spezzato Excalibur con la sua arroganza. E la spada gli viene restituita intatta.

“Io non sono nessuno” dice Aquaman al Kraken, guardiano del tridente, e questi gli permette di avvicinarsi. Come la spada di Artù, anche il tridente di Aquaman si lascia sfilare docilmente dalla sua sede.

Il Kraken, terribile mostro marino, è una sorta di omologo del Drago, in versione acquatica. Anche se Boorman ne fa un’entità mistica, mentre Wan non si spinge tanto in là.

Arthur ha il suo Merlino in Vulko, il mentore che lo addestra per prepararlo al suo futuro di re. E come Artù deve combattere contro un consanguineo. Il fratello, Orm, che nell’aspetto androgino e nelle armature che indossa, ricorda Mordred, il figlio di Artù e Morgana, com’è raffigurato nel film di Boorman.

Anche in Aquaman c’è una regina che tradisce, in questo caso la madre dell’eroe, Atlanna, divisa tra dovere e amore, come la regina Ginevra, moglie di Artù.

In entrambi i casi, il tradimento svela l’indebolimento di un regno, la fine di un’era.

Mentre guida lo spettatore in un regno fantastico, fatto di trasparenze, luci, antiche statue sommerse e tecnologie avanzate, Wan mostra la decadenza di un mondo troppo chiuso in se stesso e arriva a concludere che la terra e l’acqua sono un’unica cosa. E il re “bastardo” Aquaman, mezzo atlantideo e mezzo umano, simboleggia compiutamente questa unione.

Breve tregua.

Un paio di volte nella vita

Ho scelto l’amore tiepido,

Perché è più sicuro

E non fa male,

E però mi fa più sola.

Isolata

Dentro la mia idea d’amore

Che non arriva mai;

Perché l’amore tiepido,

Incolpevole in verità,

Non sa crescere.

Resta lì dov’è.

Già morto prima di nascere.

E piano piano

Uccide anche me.

Mi trascina giù,

Nel niente della normalità.

Quindi non chiedermi

Perché ti aspetto

E perché mai nonostante tutto

Cerco proprio te.

Perché

Mi infiammi la mente,

Non dai tregua

Al mio sperare.

Ricrei il mondo ogni mattina,

Sulle mie labbra

Ho il tuo nome

Sempre.

Un soffio sul tempo

Che ci separa.

Un altro soffio

E arriverai.

M.

Il mio emozionario del Piceno.

     È iniziato camminando su una sterrata tra le colline. Le belle colline striate, dove i verdi e i marroni sono alternati con tanta grazia. Le scarpe si sono impolverate. Solo un poco. Ho ascoltato la storia dei mezzadri, ho guardato delle foto e poi, ballando sull’ara, ascoltando le canzoni della tradizione contadina, come in un libro pop up, il racconto si è animato e le storie sono diventate qualcosa di fisico e tridimensionale.

     Ero come dentro l’eco dei canti a bastocco. Ho abbracciato nel valzer, i miei muscoli si sono riscaldati nella quadriglia, ho riso, e ridendo ho accolto le origini del mondo di cui io stessa faccio parte. Non perché sia discendente da una famiglia di mezzadri, ma perché l’intera famiglia umana è legata alla terra – e ricordare l’ovvio certe volte si rende necessario. Crescere in una città e fare la spesa al supermercato fa dimenticare che qualcuno ha coltivato, ha raccolto, ha allevato. Che la bellezza che ho davanti agli occhi proviene da una cura costante, da una fatica. Che ogni bellezza richiede di essere custodita. Che esiste un patto di reciproca fecondità tra l’uomo e la terra.

     Per gioco, mi sono fatta dedicare una serenata. Per gioco, certo, per gioco, ho ascoltato la canzone come se fosse stata veramente per me. E la libertà, la semplice vulnerabilità con cui la speranza e il desiderio venivano cantate, sono salite verso il balcone cui ero affacciata, hanno scovato un piccolo insidioso male nel mio animo, e l’hanno guarito.

 

Serenata.

Tutti origliano.

Ma solo io e te sappiamo

che dice la canzone.

Soli sotto la luna,

distanti, ancor per poco,

ci guardiamo.

Tanto t’ascolto,

che la voce non sento.

Sento, da dentro, il senso.

Finito il tempo incerto,

senza esitare, sei qui.

Per rimanere.

M.

Ho scritto questo testo dopo un breve viaggio nel Piceno (5-7 ottobre 2018) per il progetto Writers for Piceno, ideato da Gianluca Vagnarelli e da i-strategies.